Il guardiano di dighe

Terza uscita Alpinismo Giovanile – CAI Oggiono
Visita alla diga di Moledana (912 m.)
Domenica 8 maggio 2016

Il parcheggio di viale Vittoria colorato di magliette giallo fosforescente dei bambini che rincorrendosi, trovano già il modo di trasformare in gioco il ritrovo di partenza per l’escursione è il primo flash che rimane impresso nella memoria di questa giornata.
Gli accompagnatori del CAI e i genitori sono più impegnati a stiracchiarsi, vista l’ora mattutina domenicale, e consultare sui loro smartphone le previsioni meteorologiche. Danno pioggia a metà pomeriggio. Basterebbe guardare il cielo. Il sole fa capolino fra le nuvole bianche e grigie. Nessuno si perde d’animo. Negli zaini una mantellina impermeabile non manca mai. Soprattutto si confida nella buona stella e che le previsioni non siano azzeccate.
La partenza vera dell’escursione è da Verceia, un paesino della Valchiavenna, situato sulla riva del lago di Mezzola. Quando passiamo in mezzo al paese il colpo d’occhio del gruppo è notevole. Siamo un’ottantina di persone. I trentuno bambini sono davanti con gli accompagnatori, noi genitori aggregati stiamo in coda. Chiacchieriamo mentre attraversiamo le vie in salita del piccolo borgo che a quell’ora del mattino sembra deserto. È solo un’impressione perché la gente, attirata dal nostro vociare, si affaccia alla finestra o sui balconi e ci saluta curiosa. Chissà, gli escursionisti della domenica saranno una divertente variazione alla monotonia dei giorni feriali.
Appena fuori dall’abitato imbocchiamo una mulattiera. Il segnavia indica Valle dei Ratti. Iniziamo a salire entrando in un castagneto. Il sentiero è ripido, a gradini, quasi una scala santa. Quando la vegetazione si dirada si vede il lago di Novate e l’inizio del lago di Como. I profumi del bosco sono intensi e fanno arricciare le narici.
La pendenza è sempre notevole. I ragazzi hanno un passo da camosci. Noi adulti fatichiamo a tenere il loro passo. In montagna ognuno ha il suo. Si formano dei gruppi: i più lenti e i più veloci. Caratteristica comune il silenzio. Ognuno mantiene il fiato sperando in una sosta degli accompagnatori CAI. Ci fermiamo a Piazzo (625 m.), un piccolo agglomerato di vecchie case fatiscenti, ma con una fontana che butta acqua fresca in continuazione. Il ristoro è d’obbligo. Riprendiamo fiato, poi si riparte sempre in salita seguendo i cartelli: Frasnedo e Valle dei Ratti.
La mulattiera incrocia spesso una carrozzabile. Il primo tratto è asfaltato, poi in terra battuta. È proprio sbucando sulla strada che incontriamo un trattore con un carrello pieno di pecore. Le battute sul fatto che gli animali salgano in cima più comodamente di noi cristiani si sprecano.
Dopo circa un’ora di salita raggiungiamo “San Sciucc” (820 m.), uno spiazzo con dei tavoli in cemento e una cappellina con un affresco della Madonna, ancorata a un portico che gli alpini del posto hanno attrezzato con un camino e un tavolo, e una fontana. È un buon riparo se dovesse piovere. Il luogo è circondato da tronchi di vecchi castagni centenari. Hanno la caratteristica di essere quasi completamente scavati all’interno, come se fossero sostenuti solo dalla corteccia.
Incrociamo in questo luogo un altro gruppo di giovani alpinisti, dell’OSA di Valmadrera. Le nostre magliette gialle si mescolano alle loro che sono rosse. Sono diretti anche loro alla diga. Ripartono prima di noi. Li incroceremo al ritorno, sul “Tracciolino”.
Quando riprendiamo la marcia il Tracciolino (912 m.) non è lontano. Sapevamo che lì avremmo trovato una ferrovia, ma la vista dei binari a scartamento ridotto ci sorprende comunque e siamo felici perché ora, proprio seguendo il tracciato dei binari il percorso è pianeggiante e soprattutto siamo vicini alla meta. È incredibile se pensiamo che la costruzione di questa struttura risale agli anni trenta del secolo scorso per servire la costruzione della diga. È un tracciato di circa dodici chilometri che taglia valloni fra i più orridi e verticali che si possano immaginare e collega la diga di Moledana in val di Ratti con la Val Codera. Il trenino è tuttora funzionante. Gli ultimi cento metri sono in galleria. Abbiamo tutti l’impressione di essere in un’attrazione di un parco dei divertimenti, ma qui non c’è niente di finto. È tutto vero. All’uscita dalla galleria siamo catturati dalla vista della diga. Da una parte il lago con l’acqua di un blu cupo, dall’altra la paurosa forra che fa venire le vertigini con la muraglia eretta per trattenere l’acqua del lago. Oltre il camminamento c’è un uomo che ci aspetta. Siamo venuti fin qui per conoscerlo.
L’uscita di oggi non era solo per conoscere la valle dei Ratti, una delle vallate meno conosciute della Valchiavenna, ma soprattutto per conoscere Oreste Forno: il guardiano di dighe.
Siamo accolti dal suo sorriso. Un volto abbronzato, i denti bianchissimi, i capelli lunghi color nocciola, non un filo di bianco. Il fisico asciutto da montanaro. Sembra un giovanotto. Noi adulti un po’ lo invidiamo quando scopriamo che ha sessantacinque anni. «Dicono che gli alpinisti invecchiano di colpo, dalla sera alla mattina, così un giorno mi sveglierò e mi ritroverò un vecchietto molle e bianco» sorride.
I bambini si mettono seduti sul prato che è in leggera pendenza. Lui parla. Tutti pendiamo dalle sue labbra. Spiega come funziona una diga, come l’acqua sia la fonte di energia più pulita che esista. Quanta acqua ci sia nel bacino, come sia importante che tutti gli strumenti di controllo e sicurezza funzionino perfettamente, che una piccola diga come quella di Moledana sia sufficiente da sola per dare energia domestica a tutta la Valchiavenna. I guardiani sono in tre. A turno uno riposa, gli altri due devono essere presenti per due giorni e mezzo. Dice che il lavoro del guardiano di dighe non è un lavoro faticoso. Gli strumenti sono tutti automatici, bisogna solo essere presenti e soprattutto che tutto funzioni. I problemi nascono con i temporali improvvisi, quelle bombe d’acqua che in venti minuti riempiono completamente il bacino. Allora bisogna correre e aprire le paratie per scaricare la massa d’acqua. Certo, devi amare la solitudine, la natura, la montagna… allora è il lavoro più bello del mondo.
Oreste parla con un tono di voce basso. I bambini sono attenti. Qualcuno fa domande. C’è chi vuole conoscere il suo passato, prima di fare questo lavoro. Gli mostriamo un manifesto per la sua spedizione sull’Everest proprio con il CAI Oggiono. Gli occhi brillano, rivelano le emozioni di quei momenti. Lui è uno che ha provato tutto, che è salito le montagne più famose del mondo, che ha condotto spedizioni sulle montagne più alte del mondo… il Pic Lenin, il Cho Oyu…
«Non voglio che si dica che sono un grande alpinista, preferisco dire che sono un grande innamorato della montagna». È reticente sul suo passato. Lui che era avviato ad essere una star acclamata e ricercata dell’alpinismo himalayano, ad un certo punto, ha preferito mettere davanti a tutto il resto la famiglia e fare il guardiano di dighe. Un lavoro che gli consente di vivere in mezzo alla natura e avere tutto il tempo necessario per la sua passione: quella di scrivere libri. Naturalmente di montagna.
Ai ragazzi dice che la montagna gli ha insegnato che la gioia si conquista con la determinazione e con la fatica. Concetto che bisogna applicare in tutto ciò che facciamo. Ci trasmette messaggi di saggezza. La felicità di stare immersi nella natura, di imparare dagli animali che insegue con la sua macchina fotografica. Il suo incontro ravvicinato con la volpe, l’inseguimento all’orso, le aquile, i galli di montagna. Tutti lo ascoltano a bocca aperta. Lui non è un professore ma ognuno di noi da quella cattedra-terrazza sul bacino della diga, circondato dalle cime del Pizzo Ligoncio, dalla punta Medesasca, dal Sasso Manduino, si è reso conto che Oreste Forno è sicuramente un maestro di vita.
Ad un certo punto sentiamo lo sferragliare del vagoncino sui binari. Arriva l’altro guardiano per il cambio. Oreste ci saluta e si avvia sul camminamento della diga. I bambini lo applaudono veramente come una grande star.
Poco dopo anche noi riprendiamo la via del ritorno. Negli occhi la figura di quell’uomo, l’alpinista, lo scrittore, il guardiano di dighe, e le riflessioni per una scelta di vita che ognuno di noi dice che vorrebbe fare ma che in pochi sono in grado di fare veramente: il lavoro più bello del mondo!
Ah dimenticavo! Secondo previsione verso le due è iniziata la pioggia, leggera.

Giovanni Corti

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